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DAL COMPORTAMENTO AL CERVELLO: COSA ACCADE PRIMA DI UN’AZIONE?

Dal comportamento al cervello: cosa accade prima di un’azione?

Molti anni fa presentai una tesi sul comportamento umano e sulla teoria degli errori sistemici.

Ero affascinato dal comportamentismo e, in particolare, dal modello ABC – Antecedent, Behavior, Consequence.

Per noi tecnici passare da un approccio tecnico normativo ad uno comportamentista era quasi una rivoluzione.

Finalmente avevo qualcosa che permetteva di alzare lo sguardo rispetto a una sicurezza prevalentemente tecnico-normativa, fatta di prescrizioni, procedure e obblighi.

La norma ci diceva — e continua giustamente a dirci — che cosa deve essere fatto.

Il comportamentismo cominciava invece ad aiutarci a comprendere che cosa fanno realmente le persone e come antecedenti e conseguenze possano aumentare o diminuire la probabilità che un comportamento venga ripetuto.

Era semplice, concreto, osservabile.

A → B → C  (Antecedente → Comportamento → Conseguenza).

E per un tecnico era uno strumento straordinariamente potente.

Ma più studiavo il comportamento umano, più alcune domande continuavano a rimanere aperte.

E le emozioni? Gli istinti? Le abitudini?

I pregiudizi e i bias?

La paura, lo stress, la stanchezza?

Quanto incidono realmente sulle nostre decisioni?

E soprattutto: che cosa accade in quei pochi istanti nei quali una persona compie un movimento senza avere quasi la sensazione di averlo deciso?

Pensiamo a quando ci cade improvvisamente qualcosa dalla mano e tentiamo di afferrarlo al volo.

Non formuliamo un pensiero del tipo: “l’oggetto sta cadendo. Ne valuto la traiettoria. Ritengo opportuno recuperarlo. Decido quindi di estendere il braccio.”  …No, la mano è già partita.

Nel linguaggio comune diciamo:“È stato istintivo.”

Ma che cosa significa veramente “istintivo”?

È un riflesso? Un automatismo? Un’abitudine? Una risposta emotiva? Una sequenza motoria appresa? Una decisione rapidissima?

E soprattutto mi domandavo: come possiamo portare tutto questo nella sicurezza sul lavoro?

È qui che, alcuni anni dopo, ho iniziato a trovare risposte nuove durante il Master di 2° livello in Mindfulness clinica e Neuroscienze applicate all’Università di Torino.

Per me è stato un ulteriore cambio di prospettiva.

Ho cominciato, da tecnico della prevenzione, a esplorare territori che la tecnica da sola non riusciva a spiegarmi: neuroscienze, attenzione, interocezione, processi automatici, sistemi predittivi, emozioni, stress, bias cognitivi, decision making.

Non ho abbandonato ciò che avevo studiato prima. Al contrario.

Ho iniziato a chiedermi se fosse possibile integrarlo.

E oggi sempre più ricerche stanno dando sostanza scientifica ad alcune delle ipotesi sulle quali ho iniziato a lavorare.

Provo a spiegare perché.

Apriamo quella “B”

Nel modello ABC abbiamo: A (antecedente) → B (comportamento) → C (conseguenze)

Ma proviamo per un momento ad entrare nello specifico e “aprire” quella B, il comportamento.

Che cosa troviamo?

Troviamo percezione, attenzione, memoria, aspettative, esperienza precedente, emozioni, stato fisiologico, automatismi, valutazione, preparazione motoria, controllo esecutivo.

E scopriamo soprattutto una cosa: non funzionano necessariamente uno dopo l’altro come una catena di montaggio.

La rappresentazione intuitiva del comportamento umano è spesso:

vedo → penso → decido → agisco.

Ma il cervello non funziona sempre così.

Una parte dell’elaborazione necessaria all’azione può avvenire rapidamente e senza una deliberazione cosciente completa.

Il sistema nervoso utilizza continuamente ciò che abbiamo imparato precedentemente per anticipare ciò che probabilmente accadrà e preparare risposte adeguate.

Ed è una fortuna.

Immaginate di dover riflettere coscientemente su ogni singolo movimento necessario per guidare un’automobile, utilizzare un utensile o scendere una scala.

Saremmo lentissimi.

L’automatizzazione è una delle grandi capacità del nostro sistema nervoso.

Il problema, nella sicurezza, nasce quando una risposta normalmente utile incontra un contesto nel quale quella stessa risposta diventa pericolosa.

Una mano che parte prima del nostro ragionamento

Torniamo all’oggetto che cade. Provare ad afferrarlo è normalmente una risposta perfettamente funzionale.

Ma immaginiamo la stessa scena durante un’attività lavorativa. Un utensile cade vicino a una macchina.

Il lavoratore prova automaticamente a recuperarlo. La mano entra nella zona pericolosa.

Oppure un oggetto sta cadendo da un ponteggio e il lavoratore, nel tentativo di prenderlo, sposta rapidamente il corpo e perde l’equilibrio.

A posteriori è semplicissimo dire:

“Non avrebbe dovuto farlo.” Corretto.

Ma scientificamente non basta. Perché la domanda interessante diventa:

che cosa ha fatto sì che quella risposta emergesse così rapidamente?

Dire semplicemente “comportamento insicuro” descrive ciò che abbiamo osservato.

Non necessariamente ci spiega perché sia accaduto. Ed è proprio qui che, secondo me, le neuroscienze permettono di fare un ulteriore passo rispetto alla sola osservazione del comportamento.

La BBS rimane importante. Ma possiamo andare più in profondità.

Non penso affatto che le neuroscienze abbiano “demolito” la Behavior Based Safety.

Sarebbe una conclusione semplicistica e, soprattutto, scientificamente poco corretta.

La BBS ci ha insegnato qualcosa di fondamentale:

osservare i comportamenti reali anziché limitarci a prescrivere quelli attesi.

Ci permette di studiare antecedenti, comportamenti e conseguenze, utilizzare feedback e comprendere quali contingenze favoriscono la ripetizione di determinate azioni.

È un contributo enorme. Ma oggi possiamo aggiungere un’altra domanda.

Non soltanto:

“Quale antecedente precede quel comportamento?”

ma:

“Che cosa accade nella persona tra l’antecedente e il comportamento osservabile?”

Potremmo rappresentarlo così:

A → [percezione + predizione + attenzione + memoria + emozione + stato fisiologico + esperienza + preparazione motoria] → B → C

E anche questa rappresentazione è ancora una semplificazione.

Perché il sistema è circolare e le conseguenze modificano l’apprendimento. L’apprendimento modifica le aspettative.

Le aspettative modificano ciò che percepiamo. Lo stress modifica l’attenzione. La stanchezza modifica le risorse cognitive.

L’ambiente modifica il nostro stato fisiologico. Il comportamento degli altri modifica ciò che consideriamo normale.

E l’organizzazione influenza praticamente tutti questi livelli.

Il comportamento è la parte visibile

Questa è probabilmente una delle conclusioni alle quali sono arrivato negli ultimi anni:

il comportamento è la parte visibile di un processo molto più profondo.

Pensiamo a un manutentore che, per anni, ha eseguito una determinata operazione nello stesso modo.

All’inizio doveva prestare attenzione a ogni passaggio. Con l’esperienza, molte sequenze diventano automatiche.

Ed è positivo.

L’esperto è esperto anche perché non deve più pensare coscientemente a tutto.

Rasmussen lo aveva descritto magnificamente distinguendo i livelli skill-based, rule-based e knowledge-based.

Ma immaginiamo che un giorno qualcosa cambi: una protezione è diversa, la macchina è stata modificata, il processo presenta una piccola anomalia, l’ambiente assomiglia moltissimo a quello conosciuto.

Il cervello possiede già una risposta estremamente efficiente per quella configurazione.

E quella risposta può iniziare a emergere prima che la differenza diventi sufficientemente evidente da farci dire:

“Aspetta. Qui c’è qualcosa di diverso.”

Questo cambia molto il nostro modo di leggere alcuni errori.

Il lavoratore non necessariamente pensa:

“So che questa situazione è diversa, conosco il rischio, ma decido deliberatamente di ignorarlo.”

Potrebbe semplicemente utilizzare la risposta che migliaia di esperienze precedenti hanno reso più disponibile e probabile.

E poi c’è l’esperienza senza conseguenze

C’è un altro elemento ancora.

Immaginiamo che quello stesso manutentore abbia effettuato trenta volte una piccola scorciatoia.

Trenta volte non è successo nulla. Che cosa sta imparando?

Dal punto di vista normativo possiamo continuare a dirgli:

“È pericoloso.”

Ma il suo sistema di apprendimento dispone anche di un’altra informazione:

30 esposizioni → 0 (zero) conseguenze.

La sua esperienza personale continua quindi ad aggiornare le aspettative.

Non significa che calcoli consapevolmente una probabilità.

Ma possiamo rappresentare concettualmente il processo in termini bayesiani:

esperienza precedente + informazioni attuali + contesto → aspettativa → percezione/decisione.

Ed è qui che alcune ricerche neuroscientifiche recentissime diventano affascinanti.

Gli studi dell’International Brain Laboratory pubblicati su Nature nel 2025 hanno mostrato, nel modello animale, quanto informazioni relative ad azione, ricompensa e aspettative precedenti siano distribuite attraverso numerose regioni cerebrali.

Non esiste semplicemente un piccolo “centro della decisione” che riceve tutte le informazioni, decide e impartisce un ordine.

Il processo appare molto più distribuito e dinamico.

Naturalmente non possiamo prendere uno studio sui topi e utilizzarlo per spiegare direttamente perché un lavoratore non utilizzi un DPI.

Sarebbe cattiva divulgazione scientifica.

Ma questi risultati sono coerenti con qualcosa che sta emergendo sempre più chiaramente:

il comportamento è il risultato emergente dell’interazione di molti sistemi.

Quindi l’errore umano diventa molto più interessante

Quando durante un’indagine leggiamo “errore umano” dovremmo forse considerarlo non come la conclusione dell’indagine, ma come il suo inizio. E magari domandarci: Che cosa ha percepito quella persona? Dove era orientata la sua attenzione? Che cosa si aspettava che accadesse? Quali esperienze precedenti possedeva? Quanto era stanca? Quanto tempo aveva? Qual era il suo livello di attivazione? Quale comportamento veniva normalmente premiato dall’organizzazione? Che cosa facevano i colleghi? Quanto era semplice interrompere un automatismo?

E soprattutto:

perché quella scelta, in quel momento, poteva avere senso per quella persona?

Questa domanda cambia radicalmente il modo di investigare un comportamento.

Ed è qui che entrano i nuovi modelli di mindfulness e neuroscienze applicate

Quando ho iniziato a studiare mindfulness, una delle intuizioni che mi interessava maggiormente non era semplicemente “ridurre lo stress”. Era un’altra.

Possiamo allenare la capacità di accorgerci di ciò che sta accadendo mentre sta accadendo?

Non possiamo — e non dobbiamo — eliminare gli automatismi.

Sarebbe controproducente.

Ma possiamo forse migliorare la nostra capacità di riconoscere il momento in cui la risposta automatica non è più adeguata alla situazione presente.

È quello spazio piccolissimo nel quale qualcosa dentro di noi segnala “Aspetta”

Il movimento sta partendo. L’abitudine sta suggerendo una risposta. L’attenzione è catturata dall’obiettivo.

Ma qualcosa non torna.

STOP.

Osservo nuovamente. Aggiorno il mio modello della situazione. E adatto la risposta.

Per questo oggi preferisco parlare sempre più di capacità adattiva.

La sicurezza non consiste nel trasformare le persone in esecutori perfetti di procedure.

Consiste anche nel costruire persone, organizzazioni e sistemi capaci di riconoscere la variabilità, intercettare le anomalie e adattare il comportamento quando il contesto cambia.

Dal comportamento alla capacità adattiva

Forse possiamo allora mettere insieme cinquant’anni di evoluzione della sicurezza senza buttare via nulla.

La tecnica ci chiede: “quali condizioni devono essere garantite?”

La BBS ci chiede: “quali comportamenti osserviamo e quali condizioni li rinforzano?”

Le neuroscienze e le scienze cognitive aggiungono: “quali processi rendono quella risposta più probabile proprio in quel momento?”

Human Factors e Safety-II ci chiedono: “quali condizioni del sistema hanno reso quell’azione ragionevole?”

E Mindfulsafety prova ad aggiungere una domanda:

“Come possiamo aumentare la capacità della persona e dell’organizzazione di accorgersi che la risposta abituale non è più adeguata al contesto presente?”

Forse il vero salto è proprio questo.

Per anni abbiamo cercato soprattutto di modificare il comportamento.

Oggi possiamo iniziare a comprendere meglio come quel comportamento emerge.

E domani dovremo probabilmente lavorare sempre di più sulla capacità di intercettarlo, comprenderlo e adattarlo prima che diventi l’ultimo anello di una catena incidentale.

Non significa andare contro la BBS. Significa andare più in profondità.

Dal comportamento osservabile ai processi che lo generano.

Dalla distinzione semplicistica tra comportamento “sicuro” e “insicuro” alla comprensione del perché una determinata azione possa apparire, in quello specifico istante, come la risposta più naturale.

Dalla norma al comportamento.
Dal comportamento alla comprensione.
Dalla comprensione alla consapevolezza.
Dalla consapevolezza alla capacità adattiva.

È probabilmente questo il percorso che, molti anni dopo quella prima tesi sul comportamento umano, continuo ancora oggi a esplorare.

Bibliografia essenziale

  1. International Brain Laboratory et al. (2025). A brain-wide map of neural activity during complex behaviour. Nature, 645, 177–191. DOI: 10.1038/s41586-025-09235-0.
    È probabilmente il riferimento più importante per la parte più innovativa dell’articolo: oltre 621.000 neuroni registrati in 139 topi, con rappresentazioni dell’azione imminente e della ricompensa ampiamente distribuite nel cervello.
  2. Findling, C., Hubert, F., International Brain Laboratory et al. (2025). Brain-wide representations of prior information in mouse decision-making. Nature, 645, 192–200. DOI: 10.1038/s41586-025-09226-1.
    Fondamentale per il passaggio su esperienza precedente, aspettative e modello bayesiano: le informazioni “prior” risultano rappresentate nel 20–30% delle regioni cerebrali studiate, dalle aree sensoriali a quelle motorie e corticali superiori.
  3. Schurger, A., Sitt, J. D., & Dehaene, S. (2012). An accumulator model for spontaneous neural activity prior to self-initiated movement. PNAS, 109(42), E2904–E2913. DOI: 10.1073/pnas.1210467109.
    Molto importante per il nostro concetto del “movimento che sta già emergendo”. Propone una reinterpretazione del readiness potential come processo di accumulo stocastico, evitando la semplificazione “il cervello ha già deciso prima di noi”.
  4. Braun, N., et al. (2021). A meta-analysis of Libet-style experiments. Neuroscience & Biobehavioral Reviews.
    Utilissimo per mantenere rigore nella parte sull’azione quasi inconsapevole: la meta-analisi conferma alcuni aspetti temporali degli esperimenti di Libet, ma evidenzia anche che proprio le evidenze più utilizzate per sostenere che “il cervello decide prima della coscienza” sono più fragili e incerte di quanto spesso venga divulgato.
  5. Rasmussen, J. (1983). Skills, rules, and knowledge; signals, signs, and symbols, and other distinctions in human performance models. IEEE Transactions on Systems, Man, and Cybernetics, 13(3), 257–266.
    Il riferimento classico per la distinzione skill-based, rule-based e knowledge-based, centrale nel nostro esempio del lavoratore esperto e dell’automatizzazione.
  6. Reason, J. (1990). Human Error. Cambridge University Press.
    Testo fondamentale per distinguere slips, lapses, mistakes e violations e, soprattutto, per uscire dalla lettura semplicistica dell’“errore umano” come causa finale.
  7. Reason, J. (1997). Managing the Risks of Organizational Accidents. Ashgate.
    Serve per il passaggio dall’individuo al sistema organizzativo: il comportamento dell’operatore è spesso l’ultimo elemento visibile di condizioni più profonde.
  8. Gibson, J. J. (1979). The Ecological Approach to Visual Perception. Houghton Mifflin.
    Riferimento storico essenziale per il concetto di affordance: percepire l’ambiente significa anche percepirne le possibilità d’azione. È particolarmente pertinente all’esempio dell’oggetto che cade e della mano che “parte”.
  9. Xia, N., Xie, Q., Griffin, M. A., Ye, G., & Yuan, J. (2020). Antecedents of safety behavior in construction: A literature review and an integrated conceptual framework. Accident Analysis & Prevention, 148, 105834. DOI: 10.1016/j.aap.2020.105834.
    Molto utile per collegare il ragionamento neuroscientifico alla safety behavior research: la review identifica 83 antecedenti del comportamento di sicurezza, mostrando quanto sia riduttivo ricondurre il comportamento a una sola variabile individuale.
  10. Skinner, B. F. (1953). Science and Human Behavior. Macmillan.
    Riferimento storico per il comportamentismo radicale e per comprendere la matrice teorica dalla quale deriva il ragionamento su antecedenti, comportamento e conseguenze.
  11. Geller, E. S. (2001). The Psychology of Safety Handbook. CRC Press.
    Particolarmente pertinente per il ponte fra psicologia comportamentale e sicurezza sul lavoro e per contestualizzare la BBS al presente articolo.
  12. Dekker, S. (2014). The Field Guide to Understanding “Human Error”. CRC Press.
    Risponde alla domanda inserita in articolo: invece di fermarsi a “perché ha sbagliato?”, comprendere perché ciò che la persona ha fatto aveva senso per lei in quel momento e in quel contesto.
  13. Hollnagel, E. (2014). Safety-I and Safety-II: The Past and Future of Safety Management. Ashgate.
    È il ponte verso la parte finale sulla capacità adattiva: la variabilità della prestazione umana non è semplicemente qualcosa da eliminare, ma è anche ciò che consente al sistema di funzionare nelle condizioni reali.
  14. Wessel, J. R., et al. / letteratura recente sull’action stopping e motor inhibition. Cfr. anche la review del 2024 sui meccanismi corticospinali durante preparazione e arresto dell’azione, perché sostiene scientificamente il nostro passaggio dalla preparazione motoria alla possibilità di interrompere una risposta.