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COME FAR CRESCERE IL MUSCOLO DELL’ATTENZIONE E DELLA CREATIVITA’ SUL LAVORO

COME FAR CRESCERE IL MUSCOLO DELL’ATTENZIONE E DELLA CREATIVITA’ SUL LAVORO

Articolo di Marco Ferro – Founder Mindfulsafety© 

Leggo diversi post pubblicati sul tema dell’attenzione o su come migliorare la creatività sul lavoro, scritti con le migliori attenzioni, ma che vanno in direzioni diverse e non in linea con le recenti ricerche in campo scientifico, nello specifico delle neuroscienze. Facciamo un pò di chiarezza…

Per capire di cosa trattano le neuroscienze cito la definizione del dizionario di medicina della Treccani, come Insieme delle discipline che studiano le basi biologiche della mente e del comportamento, analizzando in partic. i vari aspetti morfofunzionali del sistema nervoso. Le funzioni mentali e psichiche che vengono analizzate dalle n. sono l’attenzione, la sensazione, la percezione, il sonno, la memoria, l’apprendimento, le emozioni, ecc.

Esistono altre possibili definizioni, forse ancora più valide per gli ‘addetti ai lavori’, ma per la maggioranza basti sapere che le neuroscienze hanno portato, rispetto alla ‘madre’ psicologia, assunti più chiari, specifici e misurabili comprendendo quei meccanismi d’azione che incidono sulle connessioni esistenti tra le diverse aree cerebrali e i comportamenti manifesti.

Rispetto a questa premessa, leggo spesso sui vari post di come sia necessario agire sul comportamento dei lavoratori’, di quanto sia necessario agire sulla cultura della sicurezza’, che ‘solo le sanzioni non funzionano’, tutte affermazioni ovviamente corrette ma che non aggiungono altro che l’affermazione in se, lasciando il lettore nel limbo cognitivo.

Anche in ragione dei molti post pubblicati, ho voluto coinvolgere un’aula ponendo una domanda precisa all’inizio del corso di formazione:  ‘sapendo quanto la normativa sia necessaria, e sapendo che solo questa non basti, ‘QUALE TITOLO INDICHERESTI su un post, con poche parole chiave, per contribuire a dare una soluzione concreta alla sicurezza?’ Questa domanda è stata fatta a dirigenti per la sicurezza, RSPP, ASPP, CSE e tecnici considerati esperti e che conoscono la normativa tecnica e le richieste della Commissione Europea ed il Piano Nazionale Prevenzione rispetto alla riduzione degli infortuni sul lavoro (proporre soluzioni 1.efficaci, 2.misurabili e 3.evidence based prevention), ed anche rispetto all’obbligo datoriale della massima sicurezza tecnologicamente fattibile (art. 15 del D.lgs 81/08)’.

Alcune delle risposte che sono state date:

  1. Agire sulla cultura della sicurezza
  2. Agire sul comportamento
  3. Migliorare l’attenzione
  4. Utilizzare sistemi premianti
  5. Investire sulla tecnologia
  6. Investire su formazioni efficaci
  7. Formazioni con uso di video e immagini
  8. Investire su ricerca e sviluppo nel settore della sicurezza
  9. Utilizzo di sanzioni piu pesanti

Queste sono solo alcune delle tante risposte ottenute a inizio corso, con un pubblico evidentemente molto competente sotto un punto di vista tecnico ma che si è limitato a dare risposte che già appartenevano al ‘pacchetto di risposte pronte’, e praticamente in linea a quello che leggiamo sulla gran parte dei post sulla maggioranza dei canali per addetti ai lavori.

Alla seconda domanda ‘IN CHE MODO PROPORRESTI LA SOLUZIONE?’ l’uditorio ha ammesso di essere un po’ impreparato e, per loro stessa ammissione, ci si limita ad aspettare la soluzione dell’esperto (vedi Governo e emanazioni di leggi, circolari e linee guida) dando comunque alcune risposte interessanti tra cui:

  • Proporre interventi multidisciplinari;
  • Aprire tavoli di discussione con il governo e associazioni maggiormente rappresentative;
  • Siamo professionisti della sicurezza, dobbiamo attenerci alle leggi che sono scritte, non abbiamo tempo di inventarci soluzioni;
  • Usare di più la tecnologia per migliorare il fattore umano;

L’ultima domanda è stata più lapidaria: QUALE AZIONE HAI FATTO TRA QUESTE PROPOSTE nell’ultimo anno? Tra le diverse risposte è emersa una risposta comune che si puo riassumere in:

  • Work in progress
  • Ancora nulla di concreto

Ovviamente non esistono risposte corrette o sbagliate, ma indicative di un pensiero comune: normalmente ci si aspetta che siano altri a proporre soluzioni. Sono tutte risposte che fanno emergere la necessità da parte del professionista di trovare un orientamento pratico rispetto all’infodemia legislativa, ed in ultimo se da un lato la norma ci dà una relativa certezza di procedere all’interno di alcuni standard, sembra che tutte queste  leggi stiano contribuendo a ridurre la ‘creatività’ nell’italiano medio.

Ci tengo a chiarire come dal mio punto di vista, in qualità di tecnico, l’affidabilità tradizionalmente si raggiunge attraverso un approccio basato su routine e modelli lineari e sistemici, centrati sullo sviluppo di procedure affidabili con lo scopo di ridurre o eliminare la discrezionalità dell’intervento umano intesa come fonte di errore. Da un punto di vista neuroscientifico invece, quella stessa ‘buona abitudine’ di affidarsi a modelli standardizzati rischia, nel tempo, di ridurre l’efficienza neurale ed il focus attentivo che portano nel tempo a ridurre la creatività e al pensiero divergente.

La creatività è una delle abilità cognitive che differenzia più significativamente gli esseri umani dalle altre specie animali. Il pensiero creativo, per la sua intrinseca complessità, è stato da sempre considerato un fenomeno elusivo, difficile da indagare in modo rigoroso.

Negli ultimi anni, tuttavia, lo studio dell’attenzione e del pensiero creativo sta rapidamente avanzando grazie a importanti sviluppi metodologici legati ad innovativi strumenti di valutazione e analisi del comportamento creativo associati all’impiego di metodiche che permettono di rilevare e riprodurre graficamente l’attività cerebrale.

Il presente articolo, senza pretese di essere esaustivo, prende in considerazione alcune delle evidenze empiriche, nell’ambito della ricerca neuroscientifica sull’attenzione e la creatività, focalizzandosi in particolare su una delle caratteristiche principali di come pratiche costanti sulla consapevolezza (in senso clinico) consentono l’aumento dei livelli di attenzione e, nel tempo, del pensiero creativo e cioè, dell’abilità divergente di produrre idee potenzialmente originali ed efficaci a problemi che non prevedono un’unica soluzione corretta, contribuendo pertanto al miglioramento dei livelli di prevenzione e sicurezza sul lavoro.

Nello specifico, oggi sappiamo che i principali risultati emersi nella ricerca neuroscientifica sull’attenzione e sul pensiero divergente, possono essere misurati con l’utilizzo di strumentazioni quali l’elettroencefalografia (EEG) e la risonanza magnetica funzionale (fMRI) e lo studio sul parametro di avanguardia della variabilità della frequenza cardiaca (HRV) uno degli indicatori della resilienza: è massima nel neonato, che diminuisce nel corso della vita ma ha una parte di reversibilità legata a training specifici sul respiro e su specifiche pratiche di consapevolezza clinica.

In particolare alcuni ricercatori hanno tentato di definire con precisione i meccanismi d’azione e le ricadute a livello neuropsicologico e neurobiologico, oltre che psicologico, della meditazione sulla consapevolezza profonda o mindfulness.[1] Uno dei primi riferimenti è quello di Bishop e colleghi (2004), che propone un modello di mindfulness a due componenti: l’adozione di un atteggiamento di accettazione dell’esperienza presente e l’autoregolazione attentiva. Secondo questa prima definizione la mindfulness è caratterizzata da due elementi interconnessi fra loro: l’abilità di dirigere l’attenzione al momento presente e l’attitudine con cui lo si fa, espressa da curiosità, apertura e accettazione. Autoregolare l’attenzione significa focalizzarla su esperienze immediate, provenienti da stimoli sia interni che esterni, e implica l’abilità metacognitiva di essere consapevoli degli eventi mentali che accadono in un dato momento.

Per quanto riguarda gli studi sulle modifiche neurali collegate alla consapevolezza del corpo, tali cambiamenti sono stati riscontrati in regioni quali l’insula, la corteccia somato-sensoriale e la giunzione temporo-parietale, ovvero in aree cerebrali legate alla percezione in prima persona degli stati interni del corpo o delle sensazioni provenienti dal mondo esterno (consapevolezza o sensibilità enterocettiva ed esterocettiva). Tali aree subiscono un’attivazione funzionale, un aumento dello spessore corticale e una maggiore concentrazione di materia grigia e possono contribuire nel tempo al passo successivo: aumentare il processo di curiosità o pensiero divergente.

Da quanto emerso dalla letteratura presa in esame, sembra non esserci ancora un accordo unanime tra i ricercatori su quali siano le precise aree cerebrali coinvolte nella creatività.

I metodi “tradizionali” di formazione vedono sempre più il loro crescente declino dovuto al fatto che essi, non tenendo in considerazione le esperienze concrete della vita quotidiana, non permettono di creare un quadro formativo completo; ciò che le persone imparano vivendo è più efficace di ciò che viene trasmesso loro attraverso una semplice lezione d’aula. Le neuroscienze descrivono questi processi di apprendimento esperienziale come maggiormente efficienti, maggiore sarà l’esperienza vissuta con emozione maggiore sarà il ricordo vissuto di quella esperienza.

Una delle caratteristiche fondamentali di questo genere di apprendimento è la sua flessibilità, intesa come possibilità che esso venga applicato in contesti e situazioni diverse, per poter così perseguire molteplici obiettivi formativi: lo sviluppo di capacità trasversali, il miglioramento delle competenze relazionali, lo sviluppo di un comportamento proattivo, l’acquisizione di maggior sicurezza, lo sviluppo di abilità di problem-solving. La flessibilità è considerata dagli psicologi come una capacità innata della mente umana: ciascuno è in grado di adattare il proprio pensiero alle condizioni del contesto in cui si trova a operare e questa condizione permette poi la creatività e l’adattamento a situazioni e ambienti diversi[2].

[1] Fabrizio Didonna, Manuale clinico di mindfulness, Franco Angeli editore, ristampa 2017

[2] Hannah Arendt, Vita activia. La condizione umana, Bompiani, Milano, 1988